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    May 16

    Parco di cani

    Perché il cane era scappato, non l’ho mai capito.

    Era partito all’improvviso come se avesse sentito lo sparo del via di una corsa canina e in pochi secondi era già diventato un puntino. Io nel frattempo ero ancora ferma inebetita a fissarlo scomparire in fondo al parco. Come quando ci si chiude un dito in un cassetto e il dolore arriva dopo qualche interminabile istante, così le mie gambe erano rimaste ferme ad aspettare l’impulso del cervello che comandava la corsa.

    Inutile dire che non era mai scappato prima e che era tanto se non piangeva quando andavo in bagno senza di lui, a casa.

    Me lo immaginavo già sotto una macchina, oltre la staccionata, o peggio ancora, non me lo immaginavo proprio più.

    Ma inaspettatamente eccolo lì, Grisù. Assieme a un bambino che gli grattava forte la testa.

    - Grisù! Sei impazzito?! –

    Forse non lo avevo mai abbracciato cosi forte.

    - Ti piace il mio cane? -

    Un grembiulino a quadretti delle scuole materne, uno zainetto in miniatura e due occhi grandi, avevano parlato.

    - Il mio cane, sì. Si chiama Grisù, avevo paura che fosse andato in mezzo alla strada. Anche a te piace vedo…-

    - Gli piace quando gli gratto la testa, lo sai? Lo adora! E poi dopo un po’ vuole farsi accarezzare la pancia….Guardalo!-

    Il bambino rideva divertito mentre Grisù sembrava averlo capito e si era sdraiato sulla schiena per farsi grattare la pancia.

    - Già, lo so, lo fa sempre…è molto affettuoso. Grisù! Vieni qui, bellino…vieni su! Andiamo? Vuoi andare a mangiare? -

    - Ha mangiato prima di uscire, poi ingrassa!-

    - No veramente non ha mangiato ancora…e comunque tu non lo sai.-

    Ero stata acida, ma quel bambino aveva iniziato a mettermi a disagio.

    - Ora io e Grisù andiamo. Tu che fai? Non sei qui con i tuoi genitori?-

    Li cercavo con lo sguardo da un po’, ma quel bambino sembrava essere del tutto solo.

    - Sono qui con il mio cane, non vedi?-

    - No, qui vedo solo il mio cane, Grisù. Dov’è il tuo cagnolino? E comunque ti avrà accompagnato qualcuno qui…-

    - Vengo sempre da solo con Lui –

    Aveva puntato il ditino verso il cane e quello gli era saltato attorno festoso, leccandogli la faccia.

    - Scusami, forse ci stiamo capendo male. Questo è il mio cane…tu come ti chiami?-

    - Filippo -

    - Ecco Filippo, dimmi dove sono i tuoi genitori o chi ti ha accompagnato qui, così la raggiungiamo e io e il mio cane andiamo via-

    Feci qualche passo deciso verso le panchine, ma poi mi girai e cane e bambino mi guardavano, fermi e stupiti.

    - Dai coraggio, Grisù andiamo!- Mi stavo seccando.

    Il mio cane guardava quel bambino con aria interrogativa: chi ero? cosa volevo da lui?

    - Grisù per favore! Ora andiamo!-

    Mi avvicinai ma il mio cane cominciò ad abbaiare e girare attorno al bambino.

    - Ha già fatto la passeggiata oggi, non vuole venire con te! -

    - Basta, cosa stai dicendo, lascia stare il mio cane! Grisù! Grisù!-

    Quel dannato animale non si girava nemmeno più quando lo chiamavo.

    - Poi tu lo chiami col nome sbagliato. Si chiama Tom. Andiamo Tom!-

    Di nuovo il mio cane diventava un puntino all’orizzonte, ma ora con un puntino celeste un poco più grande affianco.

    Questa fu l’ultima volta che vidi Filippo e Tom.

    May 05

    Barcellona

    E’ notte, è inverno e non sono nella mia città. Me ne accorgo dall’atmosfera di viaggio e di scoperta, anche sotto una semplice bancarella al coperto, uno stand di oggetti etnici in legno.

    La luce è fioca e proviene solo da alcune lampade collegate a un gruppo elettrogeno: si sente il ronzio tipico delle bancarelle. Fuori un vento fortissimo fa svolazzare i bordi il tendone e si creano giochi di luce un po’ tetri all’interno.

    Ho in testa il mio cappello, quello di velluto marrone a coste, infilato a fondo, e la sciarpa celeste di lana, la più pesante che ho. Mi sporgo tra la gente, in punta di piedi,  per guardare i banchetti: animali scolpiti in legno colorati sono disposti su un foglio di carta da pacchi. Gatti, cani, orsi…hanno delle macchie colorate dipinte.

    Su un'altra mensolina sono sedute delle rane di legno, con occhi giganti dipinti.

    Dietro di me i passanti curiosi vogliono guardare, ma un signore italiano cerca una cosa specifica: un pezzo di plastica quadrato. Non so che aspetto abbia, è dietro di me e sulle prime non do molto peso a questa sua richiesta; ma la voce diventa via via insistente e mi decido ad afferrare un pezzo di una scatola trasparente  -sicuramente una scatola per quegli animali di legno- e a voltarmi dicendo: “Signore, questa può andar bene? Ha il fondo quadrato.”

    Il viso che mi trovo davanti è totalmente sconosciuto: un uomo sulla settantina, quasi del tutto calvo ormai, salvo qualche capello bianco qua è la’. 

    Il viso chiaro, rosato, è bucato da baffi neri, aguzzi come spilli, e dagli occhi, piccoli, neri e taglienti. D’istinto voglio fare un passo indietro, ma la ressa davanti al banco non me lo permette; cosi mi lascio fissare da quegli occhi penetranti per qualche secondo. Ho una sensazione improvvisa di disagio, ma la solita voce spezza il mio stato di trance: “Tu conosci Joseph.” Forse una domanda mi avrebbe impressionato meno. Da questa affermazione invece è impossibile sfuggire.

    “Si, lo conosco…”

    “Sei la sua ex ragazza?”

    “Non lo vedo da molti anni. Come lo sa?”

    “So di te da Venus. E’ la sua nuova ragazza, lo sapevi?”

    “N…no…sono contenta! Per lui…che si è fatto una nuova vita. Sta bene quindi.”

    “Non è vero, non sei contenta.”

    “Come fa a sapere che lo conosco, scusi? Che sono io fisicamente…”

    “L’ho capito da come parli. Ti seguo da un po’, in queste vie, e piano piano mi sono convinto che sei proprio tu. Scusa se ho ascoltato i tuoi discorsi…ma era necessario. Anche se forse mi sarebbe bastato solo il tuo tono di voce. Ma con questo vento…”

    “Ma non ho mai parlato di lui! Non ricordo nemmeno cosa ho detto…avrò parlato di sciocchezze!”

    “Sono le parole che scegli di usare. Il modo in cui le pronunci.”

    “….”

    “…Poi ho visto delle tue foto. Me le hanno mostrate loro.”

    Basta voglio andare via. Comincio a camminare intorno alle bancarelle dello stand, senza dare le spalle al vecchio ma facendogli capire che voglio andare via. Che ho fretta. Lui continua a parlarmi ma lo ascolto solo superficialmente. Cosa vuole da me questo vecchio?

    C’è una forte ressa all’entrata dello stand, e riesco a perderlo di vista, a staccamelo di dosso.Fuori il vento freddo mi riempie come un sospiro di sollievo. Sono di nuovo libera.